I testi e il video dei due spettacoli teatrali di Mario Perrotta e Nicola Bonazzi sugli emigranti italiani degli anni Sessanta.
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Italiani cìncali!
Parte prima: minatori in Belgio
di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta
Lo spettacolo diretto e interpretato da Mario Perrotta ha debuttato in prima nazionale il 23 settembre 2003 al Teatro dell’Orologio di Roma
Il filmato dello spettacolo presentato da Arcoiris

(MARIO e PINUCCIO non sono personaggi distinti, ma le due facce dello spettacolo. Mentre con MARIO indichiamo i momenti autobiografici e di cronaca, con PINUCCIO lo stesso interprete dà voce al “testimone oculare” di quelle vicende)
MARIO: 1980. Ho dieci anni. Mio padre lavora a Bergamo non per necessità ma per scelta. Una volta al mese ci vado anch’io per controllare l’apparecchio ai denti, messo a Milano in uno studio specializzato. E’ un buon motivo per vedere più spesso mio padre. Mia madre lavora e deve badare a mia sorella per cui, sull’espresso Lecce – Milano vengo puntualmente affidato alla prima famiglia di emigranti che ispiri fiducia all’occhio ormai esperto di mia madre. Si parte. Mi osservano. Mi chiedono il nome. Il treno in corsa è terra di nessuno, dodici ore di anarchia assoluta che mi fanno dimenticare la paura di quel viaggio. Allora? Come ti chiami? Rispondo alla domanda, con sincerità, per la prima e ultima volta. “Mario. Mario Perrotta”. Il resto del viaggio sfogo tutta la mia immaginazione inventando storie fantastiche su mio padre e mia madre che di volta in volta diventano, ingegnere, cuoca, muratore, professoressa, attore, dentista ovviamente, emigrante: sì, anche emigrante pensavo che fosse una professione… “Sì ma, emigrante in che senso? Lavora in fabbrica, contadino, fabbrecaturu” (cioè muratore), “cammeriere, minatore?”
“Minatore!” Minatore mi piace.
“Ah, in Belgio?”
“No, a Bergamo”
“A Bergamo?”
“A Bergamo!”
“Ah!”
Squinzano, Brindisi, Ostuni, Monopoli, Bari, Bisceglie, Trani, Barletta…
Osservo le loro facce, ascolto i discorsi sui parenti che hanno appena salutato, mangio la parmigiana che puntualmente mi offrono e mi chiedo dove sarà mai questa Schaffausen. No, io scendo a Stoccarda dice un altro. Parlano del lavoro. Dicono che non è più duro come una volta. Basterebbe, in fondo, che la fabbrica fosse a Lecce e non a Bruxelles per essere felici.
“A Bruxelles ho fatto le scuole elementari”
“Ah si?”
“Sì, mio padre faceva il calciatore lì”
“E adesso?”
“Gioca col Bergamo”
“Col Bergamo?”
“Col Bergamo!”
“Ah!”
Cerignola, Foggia, Vasto, Pescara, S. Benedetto del Tronto, Ancona, Fano…
Dormono da un po’ di ore. Io no. Ripercorro con lo sguardo il paesaggio notturno che cambia, costruendo viaggio dopo viaggio, una personalissima idea geografica dell’Italia fatta di profili di luci in lontananza e immensi bui, rotti all’improvviso dai neon delle stazioni di transito. Passeggio nel corridoio e spio negli altri scomparti. Dormono stesi ad incrocio, i piedi di uno sulla faccia dell’altro. Puoi capitare come niente sotto l’ascella o il ginocchio di un altro se non fai attenzione. Il colore dei calzini di quel ragazzo non promette nulla di buono. Le facce però, restano la cosa più affascinante. Sospese in un’espressione da viaggio perenne, come chi non sa più da dove viene e dove è diretto, straniero due volte dice qualcuno di loro.
“Ehi, qua stai? Mi è preso colpo. Dove vuoi andare?”
“Dal macchinista”
“A che fare?”
“E’ mio zio”
“Tuo zio?”
“Mio zio!”
“Ah!”
Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Fidenza…
L’alba ti coglie sempre tra Faenza e Bologna, questo me lo ricordo. A Bologna c’è sempre qualcuno che scende. Chi, alla stazione di Lecce, non era arrivato abbastanza in anticipo per buttare le valigie nel treno per prendere posto o addirittura per entrare dal finestrino, sa che a Bologna un posto lo trova da sedersi, almeno metà viaggio…
Cominciano a risorgere dietro i vetri degli scomparti, ma le facce non sono più le stesse, adesso tra le nebbie della bassa lo sanno chi sono e dove stanno andando e glielo leggi in faccia. Non è più tempo di racconti e fantasie.
Piacenza, Lodi, Milano Garibaldi…
“Grazie di tutto, signora…”
“Di niente. Saluta a tuo padre… e digli che si ricordi di noi ora che lo fanno ministro…”
“Va bene…”
Milano Centrale. 1983. non li ho più visti per quasi vent’anni.
2002. Un bar qualsiasi di un paese qualsiasi del Salento:
“Qui? Qui siamo tutti emigrati. Chiedi a lui, lui sa tutte le nostra storia…”
Mi dicono di parlare con il postino. Il postino conosce le storie di tutti gli emigranti del paese. Il postino ha memoria! E la memoria è importante, perché -…ne abbiamo sempre meno… -
perché -…qualcuno l’avrà pure permesso quel boom economico… -
perché -…l’Italia girava in Cinquecento e noi dormivano in otto in una stanza… -
perché -…siamo stati venduti dallo Stato per un sacco di carbone… -
perché -…mi vergogno di raccontare a mio figlio quello che siamo stati e come ci hanno trattati… -
la memoria è importante….
PINUCCIO: Io? Io la conosco bene la storia delle nostre terre, fino dalla preistoria e oltre ovvero da quando sono venuti i Longhibardi e si era se non sbaglio attorno all’anno Ottocento che è un gran bel pezzo indietro perché se non sbaglio, Signuria mi corregga, oggi siamo nel Duemila ovvero milleduecento anni dopo, siccome che io so leggere e scrivere e anche far di conto e per questo m’hanno scelto di fare il postino, ché qua nessuno era capace e così ci voleva uno che leggesse al posto loro e io modestamente era il mio lavoro, recapitare e leggere, recapitare e leggere, dove lo trovi un altro postino che si mette a leggere per la povera gente? Di solito quelli recapitano e basta, li conosco io i postini del Nord, in mezz’ora si sono sbrigati e chi s’è visto s’è visto. Signuria mi potrà confermare siccome che se non sbaglio mi sembra che venga dal Nord. E così se viene dal Nord sono fortunato perché conoscerà sicuramente la storia dei Longhibardi che come dice il nome venivano da Milano. E giunti qui nelle Puglie si sono presi la parte di Benevento e piano piano tutto il resto tranne qualche zona che è rimasta come dire sfusa ed erano le parti più povere, Salento Otranto Gallipoli, anche perchè qui c’erano i bisantini, che erano sfaticati, ma quella volta si messero a combattere e li fermarono appunto alle porte di Brindisi e poco sopra Reggio Calabria. Insomma salvarono la punta e il tacco dello stivale, più la Sicilia, motivo per il quale noi e i messinesi parliamo lo stesso dialetto, e con un barese invece, non mi capisco neanche se scinde subbra la terra lu Patreternu. Dunque. I Longhibardi scesi al sud, come dicevo, tutto si sono bevuti tranne queste zone che era un po’ come il fondo della bottiglia, magari ci provi a berlo ma quando senti il sapore lo sputazzi fuori in fretta e furia e si vede che il Salento l’han scaracchiato fuori ch’era proprio indigesto. Ma dopo, qualcuno che il Salento se l’è preso l’abbiamo trovato e questi erano i Saracini che come sa bene, quelli, sono più poveri di noi e non rifiutano niente ed erano i progenitori di quelli che adesso arrivano con le barche stipate per trovare fortuna, si vede proprio che sono rimasti poveracci se la fortuna vengono a cercarsela qua nella nostra terra. Ma quelli, i progenitori, erano più attrezzati e più in carne così hanno cominciato la guerra con i Longhibardi per prendere la terra e questa guerra è durata immensamente, millanta e millanta, fino a quando non sono venuti i normanni che, com’è come non è, li hanno spazzati via tutti e dopo altri millanta sono venuti gli svevi che, com’è come non è, hanno spazzato via i normanni e per non farla troppo lunga dopo millanta son venuti gli angiolini e dopo millanta son venuti i regonesi, e mentre c’erano i regonesi son venuti pure i turchi con le navi corsare a prendersi le nostre donne ovvero il fiore delle donne, e tutta la nostra roba, ovvero niente, ché di qua eran già passati i bizantini i Longhibardi i saracini i normanni gli svevi gli angiolini i regonesi e oramai non trovarono più niente neanche gli occhi per piangere. E per ultimi sono venuti i Barboni da Napoli che come dice il nome erano forse i più poveri di tutti ma sono restati più di tutti gli altri perché come Signuria sa bene la miseria fa l’uomo tignoso, cioè quello che c’ha se lo tiene ben stretto anche se non ha niente, per non rischiare di avere ancora di meno cioè meno di niente che è proprio nientissimo, il nulla fatto e sputato senza prospettive di miglioramento. E tutte queste cose le conosco perchè me le ha raccontate mio padre, persona molto colta che faceva il bracciante. Ovvero lui ha fatto il bracciante lunghi anni sotto padrone, patrùno Vito si chiamava, persona molto ammodo e istruita che ci teneva che i lavoranti avessero pure loro un certo qual grado di istruzione in special modo mio padre al quale lui ci voleva molto bene perché era un bracciante serio onesto e gran lavoratore. Così alla fine della giornata nostro padre veniva e ci raccontava tutte queste storie ovvero sia la storia della nostra terra, che come si può vedere è una storia di miseria infinita da cima a fondo. E infatti, dopo quel lungo periodo dei Barboni di Napoli vennero le guerre, quelle mondiali, che portarono appunto la miseria più nera, soprattutto la seconda, che quella me la ricordo anch’io per il fatto che sono cresciuto in quegl’anni a pane e acqua e zanguni bolliti, detti in italiano tarassaco, zanguni che crescono spontanei nonostante la guerra. Dunque queste cose dove andranno a finire? Nel teatro? E quando va in onda questo teatro? Se si può sapere quando va in onda sarebbe per me un grande piacere e orgoglio d’aver contribuito a farlo in qualche modo siccome che noi povera gente si vive anche di queste soddisfazioni. La migrazione? Dunque Signuria è sceso fino a qui per sapere della migrazione? Signuria mi scusi se parlo aperto ma la migrazione è un fatto come dicevo di miseria nera e questo tutto il mondo lo sa e più ancora lo so io che conosco a nenadito tutte le storie di tutti i migranti di qui. Dov’è che ho migrato? Io non ho migrato per niente ma è come se avessi migrato più di tutti gli altri da un posto a un altro così che ora questi posti li conosco benissimo, Brussèl Nesciatèl Mattemarche Stuttegarte Zuricche e Lièsce. Dice: e allora? come fai a conoscerle se non ci sei mai andato? Signuria dimentica forse che faccio il postino? Eh noi postini questo c’abbiamo di buono, che viaggiamo più di tutti gli altri anche se stiamo fermi. E così ho potuto conoscere a nenadito tutte le città ovvero Brussèl Nesciatèl Mattemarche Stuttegarte Zuricche e Lièsce.
Giustamente. Dunque. La guerra aveva portata la miseria più nera, e la miseria più nera porta tristezza e la tristezza porta la disperazione la quale è una cosa brutta bruttissima quasi peggio dell’inferno, lo stomaco ti piglia e tutte le membra e la testa infine, che sragioni e non vuoi vedere nessuno e la terra maledici dove sei nato. Una malìa, se Signuria m’intende. Ed io lo so bene perché l’ho vista. E volete sapere come nasce la malia della disperazione? Dalla miseria, che gira gira come vede sempre lì stiamo. Ora. Giustamente il periodo della disperazione, coincise più o meno con la morte di patrùnu Vito, e si era nell’anno 1945, precisamente 25 aprile 1945: questa data non me la potrò mai scordare. Dicevo la disperazione venne per il fatto che la terra passò tutta al figlio di patrunu Vitu che di nome non voglio neanche ricordarlo, il quale in paese sarà venuto una volta o due e per il resto stava sempre a Roma, per studio si diceva, ma io sospetto a spassarsela, perchè studiare si può studiare ovunque, ma spassarsela ci vogliono le condizioni adatte, come per esempio macchine e locali e femmine compiacenti, cioè tutte cose che qui non si trovano per niente mentre a Roma sì. Comunque. Questo figlio di patrunu Vito – figlio d’un cane direi, senonche patrunu Vito era tutt’altro che un cane, anzi uno stallone lucente era, bello e buono come nessuno al mondo – questo figlio, dicevo, alla terra non ci portava amore, proprio non ne voleva sapere, se era per lui poteva pure sprofondare e venirci un buco in mezzo, buio e nero come l’inferno e così la terra se n’andò in rovina e insieme alla terra pure il paese e nessuno sapeva più come campare. Questa fu la malìa. Io a quel tempo già facevo il postino in quanto che il postino di prima aveva finito il servizio e m’aveva scelto a successore. Tutto grazie a patrunu Vito, il quale m’invitò in casa quando ci venne per la prima volta il maestro per il figlio, figlio d’un cane che non voglio nominare, e dopo quella prima volta, siccome dissi che m’era piaciuto, m’invitò pure le altre e alla fine ci passai più di un anno tutti i pomeriggi e m’imparai ogni lettera dell’alfabbeto e la grammatica e le frasi intere intere dal principio fino al punto. E tutto questo per un postino ha grande valore, soprattutto qui in paese, dove a leggere sono pochi e delle femmine nessuna, mentre che per un pezzo solo femmine sono restate e tra poco gliene dico la ragione. Insomma, quando Franco, il postino, lasciò il servizio, solo in due potevamo sostituirlo, cioè io e il figlio d’un cane, ma il figlio d’un cane era figlio del patrunu e se n’andò a Roma così che io, all’età di anni quattordici, mi misi la borsa a tracolla, la bicicletta tra le gambe e cominciai questa famosissima attività del postino. E passato un anno cominciò pure la rovina della terra e della gente tutta. Tanta rovina che non c’era più terra e dunque non c’era più lavoro e dunque non c’era più roba per nessuno. Una malìa. E questo sarà durato un anno. Ma una mattina avvenne il miracolo. Stavo sulla mia bicicletta con la mia borsa a tracolla, e gira che ti gira mi sembrava di essere finito dentro un sogno in quanto che le strade erano deserte, non ci vedevi anima viva ed era tutto un silenzio come all’inizio del mondo, ché così doveva essere l’inizio del mondo come studiai a casa di patrunu Vito. Insomma mi pareva che era peggiorata la malìa e già stavo bestemmiando tutti i santi che siedono in Paradiso, sia detto con rispetto dei santi che fanno bene a stare seduti in quanto che hanno lavorato tutta una vita a fare cose faticose come i miracoli. Ma non appena sbuco in piazza, tutti lì li trovo, fitti fitti, tutti che guardano dalla stessa parte. E che è? dico: io mi pensavo che il signor duce Benito Mussolini l’avevano messo a riposo, ché quella adunanza solo una volta s’era vista, cioè quand’era venuto il signor duce Benito Mussolini a magnificare la fertilità della terra. Se l’hanno messo a riposo una ragione doveva esserci. Dunque lascio la bicicletta e mi faccio avanti e infatti scopro che non è per niente il signor duce Benito Mussolini, ma Angelino Paternò che legge per tutti una reclame appiccicata alla porta del municipio. Oddio, legge…ci prova, in quanto che, come le dicevo, qua leggere è sempre stato un lusso e anche chi un poco se ne intendeva pativa delle grosse difficoltà dovute alla scarsa educazione. E infatti Angelino stava lì da mezz’ora ma solo due parole aveva letto cioè « grande » e « occasione », che tutto insieme fa « grande occasione ». Perciò quando mi videro diedero in esultanza e mi spinsero davanti ala reclame perché la leggessi un poco più speditamente di Angelino, della qual cosa Angelino deve pure essersi risentito in quanto che da allora non m’ha più rivolto la parola. Cose che succedono. Comunque vado e leggo. E sopra c’era scritto un miracolo, come dicevo prima, ovvero più o meno così: “Annuncio annuncio! Grandi occasioni di impiego nelle miniere del Belgio. Lavoro poco faticoso e ottimamente retribuito. Vitto e alloggio convenientissimi. Possibilità di farsi raggiungere dalla famiglia dopo qualche mese. Non sprecate questa opportunità presentatevi all’ufficio di collocamento del paese, accorrete accorrete”. Ora è chiaro che non appena ho letto ad alta voce questa reclame tutti si sono guardati negli occhi non sapendo bene cosa credere, ma i più si credevano che era uno scherzo anche perché questo ufficio di collocamento nessuno sapeva dove stava né se esisteva. Infatti a voler essere precisi l’ufficio di collocamento dovrebbe starci per trovare lavoro alle persone, ma qui da noi lavoro non c’era perciò questo benedetto ufficio risultava chiaramente inutile, non so se mi spiego. E dopo un lungo silenzio s’è levato un mormorio diffuso generale che voleva dire più o meno: bella roba prenderci per il cosiddetto culo, sia detto sempre con grande rispetto di Signuria che magari certe parole gli ribollono il sangue. Ma insomma tutti fanno per andarsene, quando un grido piove dal cielo: è qui è qui! E questo era Mariolino Spriano affacciato alla finestra dell’anagrafe che non si sa come aveva scoperto l’ufficio collocamento, in quanto che non essendo attrezzati, tale ufficio l’avevano affidato a Vitaliano Fondelli anagrafista, cioè colui che da sempre si occupava di nascite e morti e documenti vari lì al paese. E dopo un primo momento di smarrimento dovuto al cognome di questo Vitaliano Fondelli che come ben si capisce c’era sempre da aspettarsi qualcosa di poco chiaro, tutta la folla si dirige all’anagrafe che sembravano un branco di tori di buoi imbufaliti con grande pericolo per l’incolumità stessa della folla medesima. E questo fu l’inizio.
DOCUMENTO SONORO CON LA VOCE DELL’ONOREVOLE BRUSASCA
MARIO: E’ il Sottosegretario agli Esteri onorevole Brusasca che parla, alla Settimana Incom. Il 23 giugno 1946, soltanto venti giorni dopo il referendum monarchia-repubblica, l’Italia aveva concluso l’accordo con il Belgio per l’invio di manovalanza italiana nelle miniere. I termini erano i seguenti:
Invio di 50.000 operai nazionali sotto i 35 anni e di ottima salute, in convogli settimanali da 2.000 unità.
Per ogni minatore italiano l’Italia avrebbe ricevuto 200 Kg di carbone al giorno.
In ogni angolo d’Italia nascono uffici Emigrazione, spuntano come funghi uffici di collocamento. La burocrazia italiana, per la prima e ultima volta, da prova di un’efficacia micidiale. In un anno si chiudono accordi con la Svizzera, la Francia, l’Austria, l’Inghilterra, la Svezia, l’Argentina e il Cile. Ma per il Belgio si fa qualcosa di più. Perché il carbone serve subito, serve per ricostruire. Milioni di manifesti rosa invadono l’Italia recando la “grande occasione” a “condizioni particolarmente vantaggiose per un lavoro sotterraneo nelle miniere belghe” indicando i salari giornalieri, i premi di produzione, il tasso di cambio, gli assegni familiari, il carbone gratuito, i biglietti ferroviari gratuiti, il premio di natalità, gli alloggi dignitosi e a prezzo moderato. E ancora: approfittate dei vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori; Il viaggio dall’Italia al Belgio in ferrovia dura solo 18 ore; compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio. L’America trasferita in Europa, praticamente.
La prima visita la facevi nel tuo paese, ma lì c’era il rischio di imbrogli, di raggiri, si sa come sono questi italiani.
La seconda nel capoluogo di provincia. Qui spesso erano presenti ispettori statali meno compiacenti. L’ispezione era più approfondita per accertare l’ottima salute e anche la condotta politica possibilmente di centro.
Dopo circa sette giorni i candidati minatori partivano in gruppo da ogni capoluogo d’Italia diretti a Milano, caserma S. Ambrogio. Qui la permanenza dura tre giorni e se, per caso, qualche svista c’era stata nelle visite precedenti qui dovevi affrontare l’infallibile commissione italo-belga. Medici, burocrati e ingegneri delle miniere, ti sottoponevano ad una serie severissima di esami: visita medica generale, radiografie, ispezione dentale, epidermica, genitale, ispezione anale, rilevamento delle impronte digitali di tutte e dieci le dita. A centinaia vengono rispediti a casa per i motivi più svariati. Gli altri attendevano nei sotterranei della stazione di Milano che si formasse il contingente di 2000 uomini per il treno settimanale che ti portava in Belgio. Una volta saliti, il treno veniva blindato e scortato dalla polizia sino alla stazione di arrivo. Per questioni di sicurezza. Tra gli emigranti si nascondevano in borghese gli informatori dello Sicurezza belga per individuare i possibili caporioni facinorosi. Il treno era con i sedili di legno e senza riscaldamento. Nonostante questo, il viaggio durava anche 52 ore… 18 avevano scritto sul manifesto…52 ore per motivi di sicurezza.
Arrivati a destinazione il treno fermava allo scarico merci dove alcuni addetti delle miniere smistavano a gran voce o col megafono i candidati in carovane distinte per ogni miniera. Un’altra visita accurata, che non fa mai male, poi degli autocarri addetti di solito al trasporto di carbone veniva riempiti col carico e si dirigevano verso gli alloggi. Ah, a proposito, gli alloggi dignitosi e a prezzo moderato erano le baracche dei campi di concentramento nazisti appena sgomberate dai prigionieri russi.
Sì, insomma, c’erano queste ed altre condizioni, ma non le avevano scritte sul manifesto, credo per questione di spazio.
Tipo: Se ti rifiuti di scendere in miniera vieni arrestato e accusato di rescissione del contratto.
Prima di poter cambiare lavoro restando in Belgio, sei costretto a cinque anni di miniera, altrimenti a casa.
Per avere diritto alla pensione devi avere minimo dieci anni di miniera sulle spalle e almeno il 66% di silicosi nei polmoni.
Non le avevano scritte… non gliele avevano neanche dette…no, dico… a stento parlavano la loro lingua, l’italiano… figuriamoci capire il francese… o il fiammingo…
PINUCCIO: Insomma non so se fu colpa del governo italiano o di quello belgo, ma fu una porcata. Comunque. Questo della miniera nella Belgìch è un lavoro anche strano. Infatti bisogna sapere che in mina mica c’è solo il minatore ovvero sia quello che scava il carbone, ma anche per esempio il manovale, il macchinista, il badilante… Ora,una volta che eri pronto, con tutti i tuoi attrezzi, la medaglietta che non sia ti perdevi, ti facevano scendere con l’ascensore e quando dico scendere intendo proprio nel fondo della terra un chilometro due chilometri chi può sapere? E io quando lessi queste cose non ci volevo credere, perché se uno ci pensa non gli sembra vero che si può scavare fino a là, ma invece è proprio così e questi belghi ne sono la prova, del fatto cioè che hanno i mezzi per fare queste diavolerie. Appunto: se Signuria pensa all’inferno pensa alla vita del minatore. E la ragioni sono queste: primo che è buio, ma tanto buio che non vedi manco i tuoi pensieri, secondo che fa un caldo da svenire, terzo i minatori finito il turno sono sporchi e neri come diavoli. E poi c’è un’altra faccenda che è quella del fuoco. Infatti là sotto sta inguattata una bestia orribile e tremenda che si chiama grisù, e questa bestia altro non è che un gas che si infila dappertutto come una biscia, striscia in silenzio e riempie tutti i buchi, sicché alla fine tu sei circondato da questo gas e non puoi ribellarti, e il meglio che ti può capitare è che ti addormenti per via del gas e ti svegli in Paradiso se devi andare in Paradiso, oppure all’Inferno se devi andare all’Inferno. Ma il peggio è invece che questo grisù esploda e con lui tutta la mina o quasi. E chi è lì in quel momento resta incenerito, carbone in mezzo agli altri carboni, buono per essere spalato da un minatore anni e anni dopo. Anche il nome ti fotte: grisù, come, che ne so, un cane o un gatto, che pensi che lo puoi accarezzare e invece è traditore. Ma nella mina c’erano pure animali buoni, per esempio i cavalli. Eh, eh! Fa strano no sapere che ci sono cavalli in mina? Quelli servivano al trasporto dei carrelli. Infatti essi vanno giù che sono piccoli, giusto le dimensioni per stare nell’ascensore, e poi non tornano più, cioè tornano quando sono morti o del tutto ciechi vale a dire dopo non molto tempo che sono scesi. Immagini infatti Signuria un cavallo che sta in mezzo al buio e alla polvere quanto può durare. Poi c’erano pure i topi in miniera, e tu ci lavoravi a contatto, tanto che il mangiare lo tenevano addosso e in scatole di ferro altrimenti i topi ti mangiavano la roba dalla tasche. E infine si portavano giù anche i canarini. Sapete perché? quando i canarini o anche i topi, scappavano via voleva dire che c’era pericolo e bisognava fuggire. E queste cose, dico del grisù, del buio, mica erano in tanti a scriverle a casa, per non fare impensierire a casa, è chiaro. Ma dopo, dico dopo qualche mese, o magari i più resistenti dopo un anno, cominciavano a scrivere com’era davvero questa vita d’inferno, perchè si vede che non ne potevano più e volevano sfogarsi. Però alla fine delle frasi più tremende, mettevano due paroline per me, tipo: questo non lo leggere a casa, oppure: questo caro Pinuccio, che sono io, lo dico solo a te ma tu non dirlo a mugghierima per non farla stare in pensiero. Insomma io sapevo davvero la verità mentre le donne niente sapevano e vivevano beate pensando al marito che stava bene benissimo lassù nella Belgìch. Così sudavano i compari nella mina, ma sudavo anch’io per inventarmi sempre qualcosa di nuovo da raccontare alle donne. E la fatica era soprattutto quando leggevo le lettere dei miei fratelli Oronzo e Giuseppe, i quali erano carne della mia carne e per questo soffrivo come un cane a sentire di mine e catapecchie e solitudini: che loro, i miei fratelli, in quanto fratelli tutto mi dicevano anche i dolori più piccoli, per esempio quando Oronzo a sentire un compare di qui che cantava “quannu te llai la facce la matina, tie beddhra mia si frisca…” si messe a piangere e non smetteva più e Giuseppe intanto pregava: vento vento porta via questa canzone che non ci veda il capomina ed il padrone, come un rosario perché si sa bene che se le preghiere sono dette a rosario hanno più effetto. Ed infatti il vento se la portò via quella canzone vigliacca e traditòra e Oronzo smesse di piangere e il lavoro riprese, ma con la morte nel cuore, la quale io la sentivo tutta addosso quella morte, perché questo di bello hanno le lettere, che tutto ti sembra vicino anche le cose più lontane e stai con tuo fratello nella mina per esempio, a piangere con lui se piange, a ridere se ride, a farti male se lui si fa male. Eccetera. Chi ha inventato le lettere è stato proprio un grand’uomo. Comunque. Il peggio era che poi queste cose mica potevo raccontarle a matrima, anzi dovevo inventare tutto e anche meglio che con le altre donne, perché quella era matrima, mica una qualunque si capisce. E siccome lei quando diceva del primo incontro con suo marito ovvero nostro padre, raccontava sempre che lui teneva due scarpe lucide lucenti che l’avevano un poco accecata e forse era per questo che s’era innamorata, così io m’inventai che Oronzo l’avevano preso in una fabbrica di scarpe sperando di farla contenta. Questo per Oronzo. Giuseppe invece m’inventai che era diventato dottore. Sissignore, dottore come quelli che girano per le case a visitare i malati e tutti li rispettano in quanto sono imparati più di tutti gli altri. Signuria dirà: come dottore se non aveva studiato? Ma nell’invenzione tutto può essere, anche diventare dottori senza studiare. Certo anche matrima ci restò un poco sorpresa, dicendo: questo Belgio deve essere proprio un posto straordinario eccezionale, se Giuseppe l’hanno fatto diventare dottore. Anche perché, ma questo detto tra di noi, Giuseppe, dei tre è sempre stato quello con meno predisposizione, il meno imparato ecco. E io rispondevo: madre che ne potete sapere? Quello, il Belgio, è meglio della Merica. La Merica era buona una volta, ai tempi vostri, ora è venuto su questo Belgio, che in fatto di lavoro non invidia nessuno, né la Merica, né Milano, né nient’altro. E’ una gran cosa questo Belgio. Così dicevo, e lei zitta a stimarsi dei suoi figli, così che alla fine quello con più ritardo ero rimasto io, sempre qui a fare il postino in questo sputazzo di terra. Ma un’altra cosa molto difficile era quando dovevo leggere le lettere di compare Michele, in quanto che per me era quasi come un fratello, anzi un fratello proprio, ad essere sinceri. E questa di Michele ve la devo raccontare. Infatti da strei, da ragazzi, si andava tutti a fare i bagni in mare. E questo Michele era un poco il capo nostro, stimato e benvoluto per via della sua onestà e della sua forza. Tanto forte che se voleva ammazzava un bue con i pugni, e per questo era meglio non farlo arrabbiare. Dunque tutti facevano i tuffi, tranne io che nuotare non sapevo ancora, ma tutti dicevano: buttati Pinuccio è una scemenza, nuotare si impara nuotando. Così alla fine mi tuffai e feci male, perchè mi prese la paura e la paura in mare è la cosa peggiore. Infatti cerchi coi piedi la terra, ma sotto c’è solo acqua, e quanto più cerchi la terra tanto più vai a fondo, una rovina, se mi capite. Allora mi misi a urlare, e Michele si tuffò e venne a pigliarmi, con grande pericolo suo, perché l’uomo che sta per annegare è un peso morto, in quanto che magari è svenuto o cose simili. Perciò io ero un peso morto. Ma Michele venne lo stesso e di questo io lo ringrazio per tutta la vita e anche quando sarò morto. Ed è per questo motivo che mi legai molto a lui, e in certi momenti era quasi più dei miei fratelli, perché i fratelli erano fratelli per via del sangue, mentre lui era fratello per via dell’amore che ci portavo. Perciò quando tutti partirono, io piangevo per Oronzo e Giuseppe, ma anche per Michele. Ora il fatto è questo, che Michele teneva una moglie bellissima incredibile, la quale era donna Natalia, che voi non l’avete conosciuta ma se pensate alla donna più bella del mondo che vi piace più di tutte le altre, quella è l’immagine di donna Natalia, come un angelo con i capelli neri e gli occhi scuri e le carni sode da far ribollire il sangue. E forse è bene che non l’avete conosciuta, perché chi la conosceva, dopo, tutte le altre donne gli parevano niente in confronto. E Michele scriveva nelle lettere: caro Pinuccio, dicci tutto a mmugghierima, in quanto che è giusto che sappia come me la passo qui e tutti devono saperlo, la fregatura che c’hanno dato ‘sti cani di belghi. Ma la prima volta che lessi quelle brutte cose sulle mine e le baracche dove si stava in quaranta, donna Natalia diede fuori le lacrime, che fu uno spettacolo da brividi, perché già una donna piangere è dura da vedere, ma donna Natalia ancora di più. E così anche con lei cominciai ad inventare tutto, mentre Michele scriveva ogni particolare anche i più insignificanti.
Si vede proprio che Michele ci soffriva a stare al servizio di quei belghi che gli avevano promesso chissà che cosa e invece lui doveva stare sotto terra a fare un lavoro da bestia. Ci soffriva perché era onesto, il più onesto che ho mai conosciuto, per questo era diventato frate mio. Ma anche nell’odio che provava e nello schifo, lavorava sodo perché diceva che tanto lì era e lì doveva stare, piuttosto che tornare al paese a fare la fame e a farsi dire che era un povero cristo che non aveva resistito al lavoro, e in più se non aveva resistito voleva dire che era un lavoro da pazzi e lui invece chissà che si pensava, cioè in fondo l’avevano fottuto. Questo era il pensiero che faceva andare avanti Michele frate mio e lo faceva lavorare con più rabbia, che io me lo vedo sotto al cunichilo a scavare il carbone, tutto curvo a fissare la roccia come se la volesse ammazzare, con quella schiena grande e forte e scura che ti pare la strada maestra battuta dal sole in estate. Una volta scrisse che dovette lavorare nella famosa vena 25 che nessuno può immaginare com’è…
MARIO: E’ un attimo. Chiudono il cancello dell’ascensore. Si parte.
Il cuore salta fuori dalla bocca. 50 metri, 100 metri, 200, 300, 400, 500, lo stomaco è arrivato in gola, 700 metri, 900, 1000 metri, ehi aspetta, aspetta, aspetta… come 1000 metri, 1100, 1200 aspetta, aspetta, aspetta,aspetta, 1300, 1350 (fiato sospeso)…(affanno) Una galleria principale da percorrere per centinaia di metri. La temperatura della roccia è oltre i 45 gradi. Si respira a fatica. Le gallerie laterali portano alle vene di carbone, il resto è roccia. Va bene. Roccia, carbone e roccia. La vena di carbone è come un piano immenso, di altezza variabile e si estende per chilometri, in profondità e in larghezza. Ho capito. Un minatore ogni 10 metri e si comincia ad entrare nella pancia della terra. Fa caldo. Non vedi più nulla, per il buio e per la polvere. Sti martelli fanno un rumore da pazzi. Butti via la maschera antipolvere perché non riesci a respirare. Levi i calzoni e tutto il resto tranne l’elmetto, quello no, quello è obbligatorio. Ogni ottanta centimetri di scavo devi puntellare il vuoto che hai creato. Non posso neanche gridare aiuto che nessuno mi sente. Arrivato a due metri di scavo i puntelli di legno non reggono più e allora metti la barra di ferro da due metri e la ripuntelli. Tutto questo quando l’altezza della vena consente di lavorare in agilità, ma non nella vena 25. Eh?Cos’è sta vena 25? La lampada del caposquadra è alta 25 centimetri. Se nella vena passa la lampada, passa anche il corpo umano. Ma che stai dicendo? Quando attacca il turno devi decidere se entrare di pancia o di schiena perché non puoi né uscire né girarti per tutte le 7 ore di lavoro. Lì dentro devi strisciare per centinaia di metri e non puoi portare che lo stretto indispensabile, quindi niente barre di ferro. Ma che cazzo stai dicendo? Puntella con il legno per due metri e mezzo, poi torna indietro e leva il primo puntello. Broom! Ci sono, sono murato dentro. Respira, respira…Cos’è che m’ha detto? Una volta dentro non guardare mai la roccia. Tieni gli occhi sul carbone e lavora. Va bene, due metri e mezzo e leva puntello, due metri e mezzo e leva puntello. E invece no io guardo la roccia… Mi sfiora il naso…Quanti metri saranno? Un chilometro di roccia. Sono sotto un chilometro di roccia… non guardare la roccia, tieni gli occhi al carbone e lavora. Ricordati che lavoriamo a cottimo. Più scavi più guadagni…tieni gli occhi al carbone e lavora, tieni gli occhi al carbone e lavora, tieni gli occhi al carbone e lavora…
PINUCCIO: Stava là sotto Michele tutto raccolto striminzito come una lucertola o come i gatti quando si piattiscono per passare dalle fessure, ché Michele teneva di queste virtù fisiche atletiche. Donna Natalia ci stava insieme mica per niente, non so se mi spiego. E nella vena 25, Michele si sentiva come un dio, perché più era duro il lavoro più lui riusciva, come darci una dimostrazione a tutto il mondo di quello che era capace. Capace lui e capaci quelli della sua terra, la qual cosa non la dico io ma la diceva lui in persona, Michele frate mio. E per questo gli tenevo un bene matto e disperato, così che pensavo: dai, Miche’, scava, fagli vedere a’sti belgichi patrùni di cosa sei capace, che anche là sotto resti Michele frate mio ovvero l’uomo onesto nella sua interezza, scava Miche’, non ci pensare,che se scavi passa tutto: passa l’odio e la miseria, passa la nostalgia che tieni, passa pure donna Natalia, che farla passare è una parola, Miche’ scava, scava Miche’, sempre più a fondo, dentro la terra, la quale essa ti ha generato ed ora ti ripiglia, ti guarda e dice: forza, Miche’, scava, fammi un buco dentro, lo so che sei venuto per vedere di cosa sono fatta, e sono così dura e rinsecchita al tuo paese che non do manco i ceci per la pasta, e allora scava, scavami Miche’, che tanto sempre intera resto, sempre uguale e per quanto tenti di scavare non c’è fine alla miseria, chi mangia mangia e chi non mangia crepa, e questa è la faccenda nuda e cruda. Come una guerra era, tra Michele e ‘sta terrazza vile e maledetta che lo voleva perso là sotto al buio, talmente in fondo che non so manco quanti chilometri fosse sceso, ma immagino tanti e tanti, più di tutte le altre volte. Ma la battaglia con la terra io credo che la vinse Michele frate mio, perché quanto più scavava tanto più la terra gettava carbone, tanto che alla fine Michele era tutto coperto, sepolto quasi, nessuno ne aveva mai visto tanto di carbone e a ogni gettata Michele pensava: questa è per mia madre, oppure questa è per mio padre, questa è per la mia terra che viva una vita migliore, questa è per la mia donna, donna Natalia, che il Signore la conservi bella e onesta, questa è per Pinuccio, sissignore anche a me pensava, che legga tutto e tutto giusto perché si sappia la vita che facciamo qui, ma come ho detto io leggevo diverso per via di donna Natalia, insomma faceva le dediche, perché era proprio una gran cosa questo carbone che scendeva, uno dei momenti più belli della sua vita.
Comunque… andiamo avanti. Quando manca l’uomo, è chiaro, alla femmina succede come al maschio, cioè come il maschio sente il richiamo della femmina, così la femmina sente il richiamo del maschio, perché in fondo bestie siamo, anzi le femmine più degli uomini da che mondo è mondo. E se proprio lo volete sapere, ma dovete giurare che questo per davvero non lo mettete nel vostro benedetto teatro, qui le femmine questo richiamo del maschio lo sentivano eccome, in quanto che, come sapete, tutti i compari se n’erano partiti, tranne i vecchi e il sottoscritto, Pinuccio Intaglia di professione postino: ma i vecchi son vecchi e dunque non vanno considerati. E la cosa cominciò con donna Agata Cuccùmi di Peppe Rauso, una mattina di maggio che ancora la ricordo precisa precisa come ieri. Ma mi raccomando, niente teatro su ‘sti cose. Dunque vado per consegnare una lettera di Peppe e si dicono le solite cose: come va come non va, le solite cose. Poi leggo la lettera di Peppe, la quale diceva della lontananza e della mina e della pioggia che pioveva sempre. E diceva pure dell’amore per donna Agata, mentre io sapevo che a Lièsc, dove stava Peppe, Peppe ci teneva una belgica per quando si voleva divertire. Ma naturalmente non lo dicevo perché me l’aveva confidato Oronzo frate mio in una lettera prima. Andiamo avanti. E donna Agata, alle paroline dolci di Peppe, si fa tutta rigida, che si vedeva che pativa per non piangere. E stando tutta rigida e dritta dritta coi muscoli tirati, anche il petto se ne stava alto e dritto e guardando quel petto pensavo: Signore, Signore fammi guardare da un’altra parte per l’onore mio, di donna Agata e del compare Peppe. Ma proprio non c’era verso. E anche alla fine, quando una lacrima è scesa sulla faccia bellissima e bianca di donna Agata, il petto continuava a stare alto e dritto, sicché si può dire che era il petto che guardava il sottoscritto e non il sottoscritto il petto. E scesa la lacrima dice donna Agata: voi non tenete una donna vero Pinuccio? Purtroppo, il Signore non m’ha fatto la grazia. E non sapete che significa per una donna stare tanto tempo lontani dall’uomo suo? Nossignora, ma me lo posso immaginare. E che immaginate, Pinuccio, che immaginate? Che è un grande dolore e un grande strazio, come quando muore qualcuno, salvo che in questo caso l’uomo prima o poi torna a casa. E se non torna? Allora è come quando muore qualcuno, che l’anima del defunto se ne vola via e l’anima di chi resta se ne va un poco insieme a lui. L’anima, dite bene, l’anima, ma al corpo, Pinuccio, non ci pensate? Il corpo? e che devo pensare, donna Agata? Dovete pensare che pure il corpo soffre. E così dicendo mi prende la mano e me la mette su quel petto infinito, quanto è vero Iddio potessi crepare ora. E stando così la mia mano sul suo petto, sentivo il suo cuore battere a più non posso e pure il mio sentivo, che batteva tanto forte che pareva volesse uscire fuori a guardare da vicino che stava succedendo. Venite, Pinuccio, venite a sentire quanto soffro, dice donna Agata, e così dicendo mi mette la testa su quel ben d’Iddio di seno tutto tondo e immenso. Sentite? Sento. Consolatemi, Pinuccio, voi che sapete leggere e scrivere. E quella volta seppi leggere, scrivere e far di conto, perché montai a cavallo cinque volte di fila, non so se mi spiego. E quando me n’andai era sera e avevo ancora tutto il resto della posta da sbrigare. E sulla porta dice donna Agata: avete capito, ora Pinuccio, cos’è che prova davvero una femmina quando l’uomo suo la tiene qui abbandonata e sola? Sissignora, credo d’aver capito. E allora, se siete buono, quando tenete voglia venite a consolarmi, ché certe volte il dolore è troppo grande. Sissignora, vedo quello che posso fare. E me n‘andai con la mia bicicletta mentre il sole cadeva dentro al mare e tutt’intorno, cielo e terra, era rosso fuoco, un poco come l’inferno, se mi volete capire. E così cominciò il grande periodo della consolazione alle femmine del paese.
Mo’ Signuria sicuramente pensa: vedi un poco sto postino di Pinuccio che vita che ha fatto mentre che i compari stavano alla miniera a sudare. Oppure anche: vedi un poco ste femmine che bestie, il marito in mina e loro a il prendersi il piacere loro. Non è così Signuria, che tutti soli stavamo. I compari alla mina, le femmine al paese, e Pinuccio a faticare per tenere tutto a posto, che quando i compari tornavano potevano dire che niente era cambiato, manco l’amore delle femmine. Che se non fosse stato per Pinuccio, pure le femmine se n’andavano. Per la disperazione, è chiaro. E comunque Pinuccio l’ha pagata, sissignore, pagata forte. Che il peggio deve ancora venire, ovvero quando quella mattina andai a consegnare la posta a donna Natalia moglie di Michele Striano. Come va, come non va, le solite cose. Ma a un certo punto donna Natalia mi guarda fisso fisso negli occhi che già mi sentivo svenire a guardare quegli occhi neri e dice: ho sentito che andate in giro a consolare le femmine del paese, Pinuccio. Vedi ‘sti femmine come sono bestie! Tutto tra loro si dicono! Ma io dovevo fare la faccia di bronzo. Chi ve l’ha detto è troppo buona, faccio, io niente più che qualche parola di coraggio dico. Venite, Pinuccio, entrate un momento, fa. E io entro con le gambe che mi tremano. Sedete, Pinuccio, mettetevi comodo.
E io sempre più a sudare, in quanto che mi dicevo: ma che vuole donna Natalia, mi vuole fare la predica oppure ce lo vuole andare a dire a Michele oppure vuole farmi qualche ricatto? perché le donne sono capaci di tutto, una maledizione sono. Volete qualcosa da bere, Pinuccio? Dico: no grazie non importa devo andare a portare la posta. Tengo acqua vino e limoncello, dice, perché non vi bevete un bicchiere di limoncello? E allora facciamo il limoncello. Così va a prendere il limoncello, e io lì seduto come un cretino, con rispetto parlando per tutti i cretini che al mondo sono assai assaissimi. E mi versa ‘sto limoncello e io bevo. E io bevo e lei si siede. V’è piaciuto il limoncello? Eh, m’è piaciuto il limoncello. E consolare le femmine vi piace? Signora mia no, perché significa che la femmina è triste e la tristezza è una brutta cosa. E la Concetta di Pietro Costante, pure quella avete consolato? Sarà capitato, una parola buona io non la nego a nessuno. Donna Concetta tutta sdentata con quegli occhi storti e il fiato che fete? Ecco non so non mi ricordo, può essere che l’ho consolata come che no. Ma allora voi consolate proprio tutte, dice donna Natalia. E io ci dissi: solo quelle che hanno bisogno. Allora tutte, fa lei, che tanto sono tutte sole e tristi qui al paese. Allora tutte, ci dico io. Tutte tranne una, dice lei. E qua le gambe avevano smesso di tremare perché se n’erano quasi morte stecchite. Che volete dire donna Natalia? Che anch’io tengo voglia d’essere consolata. E a questo punto, dovete sapere che io stavo seduto e lei in piedi di fronte a me, si toglie i passanti del vestito il quale scivola giù fino a terra e lei, donna Natalia, moglie di Michele Striano che ci volevo bene come a un fratello, la donna più bella della terra, se ne resta nuda, sissignore, nuda da cima a fondo davanti al sottoscritto. Solo i capelli teneva che la coprivano un poco. Pareva proprio una visione, un angelo mandato dal cielo dritto dritto al paese. Un angelo? Ma che dico angelo? Un diavolo dell’inferno venuto a tentare il povero Pinuccio. E ci dissi: no, donna Natalia, consolatevi da sola, io tutte consolo, ma voi no, voi non vi posso consolare, che siete la donna di Michele Striano frate mio. E faccio per andare alla porta, ma mentre che metto la mano alla maniglia, donna Natalia mi si fa sotto come una furia e dice: che è Pinuccio? tenete paura? paura di Michele? e di tutti gli altri no? che fine ha fatto ‘sto gran consolatore di femmine? fatemi vedere, Pinuccio, fatemi vedere. E altro ancora tipo: prendetemi Pinuccio, sono vostra, tutta mi vi dono, toccatemi Pinuccio, toccatemi tutta, insomma ‘sti cose che dicono le femmine quando ci prende l’invasamento dell’amore. E io volevo solo andarmene, ma non potevo, ché donna Natalia m’aveva preso e buttato per terra e mi stava tutta sopra e si rotolava manco fosse una bambina, tanto che pure male mi feci e dovetti lottare parecchio per liberarmi. E lottavo contro di lei e contro la mia carne stessa, che reclamava quel corpo così bello e perfetto. Ma alla fine ce la feci e mi buttai fuori, di corsa alla bicicletta per fuggirmene il più presto possibile. E dopo di quella volta donna Natalia non ci pensò più a prendermi, anzi era diventata dura e cattiva tutte le volte che andavo, ma io ci pensavo eccome, ché quello che avevo provato non si può dire né raccontare, per cui so che Signuria non ci crede ma fa lo stesso, ora basta, parliamo d’altro. Ma guarda e vedi Iddio, che io vi parlo di me e non vi parlo dei compari che stavano su nella Belgich.
E allora riprendiamo, anche se cose diverse da quelle che già vi ho detto non ne succedevano molte.
Tranne che ogni tanto qualcuno si stancava della miniera e andava via, come il compare Franco Ninni del fu Giacomo. Il quale se andò in Isvizzera e, che io sappia, è uno dei primi che ci andò, prima di tutti quegli altri che vennero dopo che furono tantissimi, tanto che pare che la Svizzera a un certo punto fosse pure meglio del Belgio in quanto a lavoro. Così Franco lo presero in un’industria di cioccolato, sissignore, roba da leccarsi i baffi, e lui se li leccava, che non ci pareva vero d’essere passato dalla mina alla cioccolata. E scriveva lettere piene di ammirazione per ‘sti svizzeri che a sentir lui erano gentili gentilissimi, la faccia stessa della cortesia fatta persona. E la riprova ne era che tutti quando lo vedevano gli dicevano, ma sottovoce, quasi vergognandosi, Cincali, oppure anche Italiani Cincali, e lui si pensava che era un complimento. E nelle lettere sempre mi scriveva le sue teorie, tipo: secondo me vuol dire bravi, oppure: secondo me vuol dire bravi lavoratori, oppure anche: bravi lavoratori quanto bene che vi vogliamo, e così via. E la cosa che lo faceva impazzire era che non dicevano: Franco Cincalo, ma proprio Italiani Cincali, come a magnificare tutta la stirpe, che a lui ci pareva un complimento grandissimo e disinteressato. Poi un giorno scrive una lettera parlando dei fatti suoi, e già a me pareva strano che ancora non avesse tirato fuori la storia dei Cincali cioè una nuova teoria su questa parola svizzera, ma alla fine, prima dei saluti, come una cosa da dire e da non dire, scrive che un amico suo di Brescia gli ha spiegato finalmente che significa ‘sto cincali. Zingari. Sissignore, zingari significa. Era questo il bel complimento. Che non è manco una parola svizzera, ma come gli svizzeri provano a dire « zingari » nella loro lingua. Dicono cincali. E qui si capisce che sono pure duri di comprendonio, con rispetto parlando. Qualcun’altro poi scrisse che veniva dal fatto che gli emigranti del Veneto giocavano sempre a morra e quando tiravano il cinque dicevano cinq! cinq! e gli Svizzeri per pigliarli a giro li chiamavano appunto cincali. Insomma o cinque o zingari sempre offesa voleva essere, che loro ce l’avevano a morte con gli italiani perché dicevano che rubavamo il lavoro, Ma se tu quel lavoro non lo vuoi fare, perché lo schifi, che protesti a fare? Si vede che altri cazzi non tenevano da pensare comprendendo in questo le scuse per la malaparola e per gli Svizzeri. Comunque. Della Svizzera voglio parlare un’altra volta, che ora ‘sta faccenda mi ha messo di cattivo umore. Allora, per tornare ai compari su nella Belgìch, niente di nuovo c’era. Cioè le loro giornate erano scendere in miniera a fare i turni, poi risalire nelle baracche, mangiare, dormire, tornare in miniera e così via all’infinito tranne le domeniche quando c’era riposo e loro se andavano a passeggio, o quando uno si sentiva male e lo portavano nello spedale dove si riposava. Poi ogni tanto qualcuno si faceva male sul serio o qualcuno se ne andava al creatore. Sì, più o meno 1 ogni 5 giorni. E parlo solo degli italiani. Ma per i patruni della miniera niente era, che se non ne morivano almeno tre nello stesso giorno nella stessa miniera, il lavoro non si poteva fermare. Questa era la legge. Ma dato che una legge quando è sbagliata è come una maledizione, ci volette quel disastro del ’56 perché i capurioni della Belgich e dell’Italia muovessero il culo per cambiare quelle condizioni di lavoro bestiali, con rispetto parlando per le bestie che sono più umane di certi bestie di uomini.
MARIO: 1946. 17 morti italiani in incidenti diversi;
1947: 32 morti italiani;
1948: 37 italiani;
1949: 41 italiani;
1950: 40 italiani;
1 marzo 1950. In seguito alle lamentele pubbliche di alcuni minatori italiani, il quotidiano La Nation Belge sbeffeggia quelle denuncie definendole “portatrici di voci straordinariamente immaginative”.
11.maggio.1950 miniera di Trazegnies: 40 morti, 3 italiani. Altri 37 italiani nello stesso anno in incidenti diversi.
1951: 51 morti italiani.
Nello stesso anno nasce la CECA Comunità europea del carbone e dell’acciaio. L’accordo firmato da Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo dovrebbe occuparsi anche di migliorare le condizioni di lavoro dei minatori. Ma già il nome Ceca non fa presagire nulla di buono.
21.settembre.1951 Quaregnon: 7 morti, 1 italiano.
marzo ‘52 scendono in sciopero i minatori dei bacini del Borinage e di Charleroi.
giugno.’52 Due sciagure a Charleroi: 10 morti, 6 italiani. Altri 46 italiani muoiono nello stesso anno.
1953: 101 italiani; uno ogni tre giorni;
Scendono in sciopero i minatori della Kessales.
1954: 56 italiani;
1955: 38 italiani;
Luglio ‘56 L’Unità pubblica un articolo di denuncia molto circostanziata sulle condizioni di lavoro dei minatori in Belgio. Solo pochi giorni dopo:
08.agosto.1956 Marcinelle: 262 morti, 136 italiani.
ore 8 del mattino. Bacino di Charleroi. Miniera Cuore amaro. Nella corsa di risalita alla superficie, un carrello pieno di materiale di scavo, sbattendo contro le pareti del pozzo prive di protezione sradica una putrella, trancia i fili della corrente elettrica, la condotta dell’olio e il tubo dell’aria compressa. È l’inizio dell’inferno. Il corto circuito provocato dalla rottura dei cavo infiamma l’olio gassificato dall’aria compressa e le fiamme si propagano velocemente dal luogo dell’incidente alle impalcature di legno delle gallerie, involontariamente alimentate dai ventilatori che immettono aria nel pozzo e ne aspirano il gas. I minatori di turno quella mattina sono bloccati nelle gallerie senza possibilità di scampo.
Sperando di trovare dei sopravvissuti al fuoco e salvarli dall’asfissia, i soccorritori tentano di raggiungere la galleria più bassa al livello 1035 perforando un passaggio trasversale dal livello 907.Il caldo terribile, la caduta di pietre e il cavo del pozzo d’uscita dell’aria che si sta fondendo impediscono l’inizio dei lavori. La comunicazione tra superficie e fondo è completamente interrotta. L’Italia è col fiato sospeso. Siamo di fronte al primo tragico scoop della televisione. Nei bar si resta incollati tutto il giorno ad attendere nuove notizie. Soltanto il 12 agosto sarà possibile raggiungere il livello 907.
Nelle gallerie non ci sono che cadaveri (quando è possibile riconoscerli come tali): corpi folgorati dal fuoco ancora nella posizione di lavoro, altri asfissiati dal grisou e dal fumo. Molti cadaveri vengono trovati sotto novanta centimetri d’acqua usata per spegnere le fiamme. Le ultime salme vengono recuperate il 22 agosto a quota 1 035 metri.
Tre anni dopo la catastrofe il Tribunale di Charleroi chiuderà il processo con un sentenza di generale assoluzione. Pochi giorni prima della tragedia di Marcinelle la stampa belga parlava in questi termini dei minatori italiani: » … non abbiamo più bisogno degli italiani… » e ancor peggio il ministro Van den Daele … »gli Italiani sono solo buoni per venire a crepare da noi… »
1957: 47morti;
1958: 32 morti;
1959: 25 morti;
1960: 34;
1961: 25;
1962: 29;
1963: 23. Eccetera, eccetera…..
PINUCCIO: E quando lu Signòre nostro Iddio mi chiamerà, non dirà: Pinuccio ti mando all’inferno, ma: Pinuccio ti mando a Marsinèl, perché da quel giorno lu Signòre nostro Iddio ha preso Marsinèl e l’ha piantato nella pancia della terra al posto dell’inferno, come la cosa più brutta che esiste, maledetto Marsinèl, maledetta mina, maledetta Belgìch che soltanto un anno dopo Marsinél mi portò via anche Michele, sissignore, Michele Striano, l’uomo più forte della terra, Michele che m’aveva salvata la vita, Michele che odiava i torti e le ingiustizie, Michele il silenzioso, Michele un signore, Michele frate mio se n’era andato, andato per sempre. Maledetta Belgìch possa sparire in un momento come è sparito Michele.
Ma ora c’era un problema e il problema era che donna Natalia non doveva saperlo, così a lei di Michele non ci dissi niente, potete protestare che sono una bestia, che ‘sti cose non si fanno, ma io le feci per rispetto di donna Natalia, che doveva continuare a credere che l’uomo suo se la passava come un papa su nella Belgìch. E ogni domenica, sissignore, ogni domenica che Iddio mandava in terra, mi mettevo a tavola a scrivere le lettere di Michele per la settimana dopo, ogni settimana, perché volevo che Michele ci scrivesse più spesso che prima alla donna sua, perché donna Natalia sapesse che Michele la pensava sempre e appena poteva ci scriveva. Insomma Michele per me non era morto mai, e neanche per donna Natalia. E già che stiamo in argomento di morti, capitò che scrissi la prima e ultima lettera firmata da me medesimo e spedita nella Belgìch e fu quando se ne andò al creatore matrima, perché pure lei alla fine se ne partì. E questo fu una notte di gennaio che fuori cadeva la neve, dunque era un giorno speciale perché qua la neve non l’abbiamo vista mai tranne quella volta. E matrima disse: salutami tanto a Oronzo e Giuseppe, che sono contenta che si sono fatti strada e anche tu Pinuccio potevi, in quanto che eri il più intelligente, ma non importa, ti voglio bene lo stesso. E io pensai che se n’andava ingannata, ma non ci dissi niente perché volevo che fosse felice. E a questo punto la neve cominciò a cadere e io dissi: madre, guardate, la neve, e tirai le tende della finestra. E che è ‘sta neve? E’ come la pioggia, ma più dura, ci dissi. Allora ho visto tutto e me ne posso andare. E se ne andò al creatore. Io piansi due giorni e due notti e poi non piansi più, perché già se n’era andato Michele il quale poi l’avevo resuscitato tramite le lettere, e così pensai che la morte è solo un fatto d’immaginazione, proprio come la vita. E ce lo scrissi a Oronzo e Giuseppe i miei fratelli su nella Belgich. Giustamente. I quali poi se ne tornarono al paese. Questo molti anni dopo. E tutti tornarono al paese poco per volta. Tutti tranne Peppe Rauso, il quale si trovò una donna lassù e cominciò a vendere frutta e verdura a Lièsc, e io pensai che se sapevo così non mi facevo tanto pregare quella prima volta che donna Agata sua moglie si volle fare consolare. Ma si sa com’è Peppe Rauso, non c’è da fidarsi. Io però spero che se la passi bene nella Belgìch a vendere frutta e verdura e che alla nuova mughiere la tratti meglio di donna Agata. La quale per dispetto, saputo che Peppe teneva un’altra, se n’andò a Brindisi a farsi consolare da tutti i marinai in partenza, e questo per parecchi anni tanto che era diventata l’Assunta del porto. Poi non ne ho saputo più niente, ma c’è chi dice che pure lei ha trovato il suo marinaio e se n’è andata con lui nella Merica. E nella Merica avrà fatto strada sicuro. E intanto tutti tornavano e dicevano: guarda com’è bello il paese, non me lo ricordavo così. E Il paese tornò a essere piena di gente, come nei giorni belli di patrunu Vito, quando c’era lavoro per tutti. E dicevano: guarda, pure qua tenete la televisione! oppure: guarda, pure qua tenete le motorette. Ed era così, perché nel frattempo erano arrivate ‘sti cose che qualcuno le chiamava benessere, ma per me sempre uguale era, perché tanto io sudavo sulla bicicletta e ‘sta minchia di moto, con rispetto parlando, non ce la volevo proprio. Anche Oronzo e Giuseppe, i miei fratelli, tornarono. Oronzo si pigliò moglie e messe su l’edicola, quella che trova al lato della piazza, mentre Giuseppe continuò a vagare e se n’andò ad Arese, dove c’era una fabbrica di macchine della Fiat, e ci stette molti anni fino alla pensione. La pensione d’invalidità, è chiaro. Perché ci venne la silicosi, la quale è una malattia brutta bruttissima, che prendono quelli che sono stati a lavorare in miniera. Infatti per via del carbone tengono tutti i polmoni pieni di polvere, e piano piano ‘sto carbone si fa duro come un sasso e c’impedisce al polmone di respirare, così m’ha detto Giuseppe frate mio. Che infatti oggi se ne sta in casa con la bombola d’ossigeno aspettando che la morte se ne venga a prenderlo prima possibile. E tanti altri c’hanno ‘sta silicosi, qui al paese, saranno dieci, dodici. E sono solo dieci dodici perché nel frattempo molti se ne sono andati al creatore, per via di ‘sta silicosi maledetta, e io spero che pure Giuseppe se ne vada presto, perché l’ho visto e vedere ‘sti cose ti spezza il cuore. Così, quando vivere non è vivere ma è stare al mondo pieni di dolore e sofferenze infinite, è meglio morire, e questo ci auguro a Giuseppe, che muoia presto.
Come dite? Donna Natalia? Niente. Io continuavo a inventare le lettere e lei continuava a pensare che Michele stava lassù nella Belgìch come un papa. Solo qualche volta diceva: ma com’è che tornano tutti e Michele non torna? E io ci dicevo: vedrete che torna, è perché vuole diventare ricco che più ricco non si può e farvi vivere felice per il resto dei vostri giorni. Ma Michele per l’appunto non tornava. E gli anni passavano e io continuavo a scrivere. Finché donna Natalia si ammalò e questo accadde pochi anni fa. Così che quando vi parlo delle persone che ci ho voluto bene vi parlo di persone che non ci sono più. Infatti anche donna Natalia se n’è andata. Ma questa è la vita, che un giorno ci sei e il giorno dopo non ci sei più. E donna Natalia, la femmina più bella del mondo, dell’universo tutto, un angelo, una madonna addirittura, non c’è più. La quale quando se n’è partita mi ha voluto di fianco al letto e io sono andato ed era una sera caldissima di agosto.
E donna Natalia era bella come sempre, con i capelli bianchi candidi e la pelle liscia liscia non ostante che non fosse più una ragazzina. Allora mi ha detto di avvicinarmi e io mi sono avvicinato. E quando sono stato vicino alla sua faccia, donna Natalia mi ha sorriso e mi ha detto: grazie Pinuccio. E di che? ci faccio. Della compagnia. Dovere, ci faccio, e a Michele che ci devo dire? Che sto per andare da lui. Così ha detto: che sto per andare da lui. Insomma aveva capito tutto e chi sa da quando, magari dall’inizio, ma non diceva niente forse per farmi contento o per non soffrire troppo. E io mi sentivo quasi svenire. Poi mi guarda, sorride un’altra volta e mi dice: ciao Pinuccio. E io, che non sapevo cosa risponderci in quanto che sudavo e tremavo tutto, ci dissi solo: salutatemi a Michele; ma così, con un filo di voce, che pure quella se voleva scappare per la vergogna. Poi donna Natalia chiuse gli occhi come per riposare e io me ne andai fuori, dove era tutto uno sfolgorare di luci e di colori che sembrava l’ascensione della Madonna, la Madonna del paese per l’appunto, ovvero donna Natalia di Michele Striano. E arrivato a casa piansi tre giorni e tre notti perché capivo che io a donna Natalia ci avevo sempre voluto bene, anche se era la moglie di Michele frate mio, al quale pure a lui ci volevo bene, insomma era tutto un misto di bene e di male, bene per tutto il bene che volevo, e male perché lo volevo a una femmina che non era la mia, ma di Michele. E alla fine del terzo giorno ho pensato che a volere bene a qualcuno non si fa male a nessuno, e mi è sembrato un pensiero così bello che smessi di piangere e lo andai a scrivere su un pezzo di carta come un proverbio, e lo intitolai: il proverbio di Pinuccio. Il quale vedrete se non diventerà un proverbio famoso. E poi presi la bicicletta e me ne andai in un campo fuori il paese, detto campo di Nello Favàle, perché era quello dove Nello portava a pascolare le pecore. Mi distesi sull’erba e mi messi a guardare il cielo per vedere se sorrideva. E sorrideva per l’appunto, con tutte le nuvole bianche come i denti bianchi delle bocche che sorridono, che voleva dire che Michele e Natalia se ne stavano beati lassù a guardare a noi poveri cristi rimasti a sudare su questo sputazzo di terra secca. Ma guardando il cielo pensai che non c’è cielo come il nostro, sempre splendente di sole, così che rimasi a guardarlo fino a notte, e a notte, guardando le stelle, pensai che non ci sono stelle come le nostre, così tante e luminose che ti pare la festa di San Nicola, e stetti lì fino al giorno dopo ancora, e nel cielo splendeva di nuovo il sole, e pensai che tutto il nero di tutto il carbone del mondo, a questo sole non ci può tingere manco un raggio. Poi andai a casa, mi misi a letto, rividi le facce dei compari prima della partenza, ancora giovani e fresche, ancora giovani e fresche… Mariolino, Giovanni, Giuseppe, Nello, Oronzo, Pasquale, Michele…
BUIO